Tavernello, il vino dei barboni che vende più di tutti

Il vino dei barboni

Ma l’avete mai assaggiato?

Se lo chiedeva Maccio Capatonda qualche anno fa in uno spot, parlando di Tavernello.

Quella campagna, provocatoria e intelligente, rientrava nel piano di rebranding del marchio, da sempre percepito come di scarsa qualità.

Nuovo logo, nuovi colori e nuova strategia comunicativa per affermare che Tavernello è buono, sincero, italiano, niente di più.

Ancora nel 2026, lo stand di Tavernello è stato tra i più visitati di Vinitaly; Nino Frassica è il testimonial del marchio; L’impatto visivo del packaging è ulteriormente migliorato. Ma soprattutto, Tavernello continua ad essere il vino che vende di più in Italia.

 Nel frattempo noi siamo ancora lì a chiamarlo il vino dei barboni.

C'è un grosso cortocircuito in questa cosa.

Tavernello lo bevono milioni di persone, ogni giorno, su tavole vere. Eppure, il solo nominarlo al ristorante o in enoteca ha lo stesso effetto che ha una scoreggia per un bambino dell’asilo: risate a crepapelle.

Il vino del tetrapak. Quello buono al massimo per cucinare. Un pregiudizio che ci siamo passati di mano in mano per trent'anni, senza fermarci a capire e al limite ad assaggiare.

Intanto Tavernello continua a vendere (e a fare campagne migliori della metà dei vignaioli che si prendono sul serio), a generare curiosità e a ricordarci l’aspetto più importante che sta dentro un bicchiere di vino: riunirsi, ritrovarsi, stare insieme per godere di qualcosa di buono.

Il problema non è il vino, è la liturgia

C'è una fascia di bevitori parrucconi che ha trasformato il vino in un esame.

Annusano, fanno girare, parlano di tannini, di terroir, di acidità retronasale.

Tutto bellissimo, tutto giusto, finché stiamo nel campionato degli appassionati. Diventa un problema quando tutto questo si trasforma in una porta chiusa: chi non parla quella lingua, non entra.

Tavernello rompe questo schema: non vuole esser altro che il bicchiere di vino con un panino di Albano e Romina. Alla portata di tutti, tutti quelli che, in un bicchiere di vino, non cercano altro che un bicchiere di vino, per condividere un momento, un pasto, una risata. Senza bisogno di saperla troppo lunga.

Il bag in box, ovvero come cambiare idea sul packaging

Curioso poi notare che il tetrapak di Tavernello è sinonimo di barboni punkabbestia, mentre il bag in box sta diventando addirittura figo.

Eppure il principio è lo stesso: sacca interna, cartone esterno; c’è il plus del rubinetto e magari un packaging un po’ più figo, ma stiamo parlando della stessa cosa.

Ci sono grandi vignaioli che stanno iniziando ad utilizzarlo, 

Il bag in box, ovvero come cambiare idea sul packaging

Curioso poi notare che il tetrapak di Tavernello è sinonimo di barboni punkabbestia, mentre il bag in box sta diventando addirittura figo.

Eppure il principio è lo stesso: sacca interna, cartone esterno; c’è il plus del rubinetto e magari un packaging un po’ più ricercato, ma stiamo parlando della stessa cosa.

Ci sono grandi vignaioli che stanno iniziando ad utilizzarlo, come i nostri amici della Tenuta I Fauri in Abruzzo. Accanto alle loro etichette di alto livello, Valentina e Luigi propongono una linea di bianco, rosso e rosato in bag in box, un modo per tenere viva l'antica tradizione di famiglia della vendita diretta di vino sfuso.

La cosa that kills me, come dice Timothee Chalamet nell'ultimo spot dell'Adidas parlando del ragazzino che fa la ruleta a Zidane, è che alla grigliatona di pasquetta abbiamo condiviso con amici un paio di bag in box del rosato di Fauri.
Il giorno dopo abbiamo ricevuto un messaggio da un amico che ci chiedeva di ordinargliene qualche bottiglia!

Insomma, alla fine cosa conta? Le persone e l’idea nella loro testa.

Quando un vignaiolo top mette il rosato in una sacca da tre litri, la sacca diventa una scelta. Quando lo fa una cooperativa che vende nei supermercati, è solo un cartone.

E allora, il Tavernello in carta?

No, al Tabernario il Tavernello non lo trovate. Non per snobismo, ma semplicemente perché abbiamo scelto altre strade.

Le etichette che andiamo a cercare, in Valtellina e non solo, sono quelle più affini al modo in cui ci piace raccontare il vino, il territorio e le persone che lo animano.

Però la domanda che ci poniamo, ogni volta che decidiamo cosa proporre alla mescita è sempre la stessa:  questa scelta avvicina le persone o le allontana?

Perché al Tabernario il vino è quello: un modo per stare insieme. Non un esame, non una credenziale, non un confine.

Se hai voglia di sapere tutto del vignaiolo, della vigna, del millesimo, te lo raccontiamo volentieri. Se vuoi solo un calice di rosso buono da abbinare alla pizza, anche.

Tavernello, alla fine, ci ha fatto un favore. Ci ha ricordato che il giudizio facile è il più pericoloso. E che prima di dire che una cosa non vale, vale la pena assaggiarla.

 

 

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